In palude con unòrsominòre.

unòrsominòre, Una valle che brucia, 2017
Unòrsominòre, Una valle che brucia, 2017.

NOTE SINTETICHE ALL’ASCOLTO DEL DISCO
GENERE musica pe(n)sante, canzone im-popolare
DOVE ASCOLTARLO (in parte o tutto) tutto sul bandcamp di dinotterecords.com, playlist su youtube.com/orsozapata
LABEL diNotte Records
PARTICOLARITÀ doppia uscita disco + ep in contemporanea, tutto in free download, o in formato fisico speciale
SITO ufficiale unòrsominòre e pagina FB
CITTÀ Verona, Roma
DATA DI USCITA 14 aprile 2017

L’INTERVISTA

Come è nato Una valle che brucia?

Con fatica e sudore, chiuso nella mia cameretta, la sera dopo il lavoro, prima suonando la chitarra, poi tentando cose al pianoforte e al synth, infine limando pagine di spunti e appunti fino a dare forma a testi da far combaciare alle musiche. Il tutto sempre chiedendomi chi me lo fa fare visti i tempi che corrono e la situazione della musica italiana, e in particolare della sedicente scena indipendente.

Perché questo titolo? …forte, come lo richiede il periodo. No?

Sì, soprattutto per i nostri corregionali che ne colgono il significato perché è l’italianizzazione di un detto veronese, “l’è ‘na val che se brusa”. Per chiunque altro credo sia un’immagine surreale e criptica, difficile da decifrare, ed è quello che mi è piaciuto, anche se fino all’ultimo sono stato indeciso se tenerlo come definitivo. C’è anche l’ep Analisi Logica, il cui titolo invece mi è saltato in testa all’improvviso una sera e ho trovato subito molto sensato

Come è stata la genesi del cd, dall’idea iniziale alla sua realizzazione finale?

Dopo La vita agra e pezzali sapevo che non avrei più pubblicato niente per un bel po’, e ho detto più volte che comunque avrei aspettato fino a che non avessi avuto qualcosa di nuovo e interessante da dire e non avessi avuto chiaro come dirlo.
ntanto la vita mi ha portato ad allontanarmi e cambiare abitudini una volta ancora, quindi ho dovuto dedicare molto tempo a rimettermi in sesto, diciamo. Ma nel frattempo ho accumulato parole e note e a un certo momento mi è parso di avere una mole di materiale sufficiente a ricavarne una buona scrematura. Poi mesi di lima, provini, riscritture e assemblaggi, finché non ho trovato la quadra, nonché la voglia di mettermi davvero a concretizzare il tutto.

Qualche episodio che è rimasto nella memoria durante la lavorazione di Una valle che brucia?

I giorni di prova e registrazione in cui i musicisti di unòrsominòre Michele De Finis, Jonathan Maurano e Mauro Rosati sono stati ospiti a casa mia. Come sempre quando ci ritroviamo (il che, per molte ragioni, purtroppo capita abbastanza di rado) si è creato un clima che è difficile descrivere a parole e che si avvicina abbastanza alla mia idea di famiglia, per quanto possa suonare retorico.
In quei giorni c’era ancora in casa il mio amato gatto Satana che poco tempo dopo se ne sarebbe andato a causa di una lunga malattia, già lo sapevo e il tutto ha reso le cose ancora più emotivamente intense. E poi il lavoro di creazione dell’artwork con i ragazzi di diNotte Records, al tempo stesso divertente e stressante, sia per me che per loro credo 🙂

Se questo cd fosse un concept-album su cosa sarebbe? …tolgo il fosse?

No, non credo che lo sia, per quanto chiaramente ci siano delle tematiche abbastanza ricorrenti – la violenza, in particolare, che sia di uomo su uomo, di uomo su animale, di Natura su tutto. La violenza e la sua apparente ineluttabilità, lo scegliere di non opporvisi, la banalità del male di cui parla la Arendt, siamo tutti un po’ gerarchi nazisti che si autoassolvono perché in fondo non fanno niente di attivamente criminale e eseguono solo gli ordini.

C’è qualche pezzo che preferisci? Qualche pezzo del quale vai più fiero di Una valle che brucia?… che ti piace di più fare live?

Varsavia, per molte ragioni. Ce ne sono altri che mi piacciono molto o che trovo molto riusciti, o pregnanti, o importanti – Il Demone Meridiano, Mattatoio, 18 Aprile, Canzone di Alekos – ma Varsavia è davvero qualcosa di speciale, uno di quei pezzi che ti escono raramente, e che quando sono conclusi ti fanno pensare ecco, questa canzone è qualcosa di bello e compiuto, e non cambierei una nota o una sillaba.

Come è stato a livello produttivo fare il cd? Da chi gli apporti più importanti?

È stato più frammentario delle altre volte, per mere questioni geografiche: io ora abito a Roma, due miei musicisti a Napoli e un altro nelle Marche, e Fabio De Min che lo ha registrato vive a Belluno. Un bello spaccato d’Italia direi, alla faccia dei leghisti 🙂 Quindi abbiamo registrato le basi allo studio Artigiani di Maurizio Loffredo e Daniele Sinigallia, qui a Roma, poi ho sovrainciso i synth a casa mia, Michele ha aggiunto alcune chitarre a casa sua e poi sono salito da Fabio a completare le voci e iniziare il mix.

Copertina diretta, con questo animale solo in mezzo ad una natura secca, brulla, già bruciata …direi che va a braccetto con il titolo. Come è nata?

È una storia interessante che racconto volentieri. Non so per quale motivo ho deciso abbastanza presto, quando il disco era ancora del tutto embrionale, che in copertina avrei voluto una foto di uno yak solitario. Mi piaceva l’idea di un animale, perché il disco parla anche di animali e perché la mia coscienza antispecista ormai richiede molto spazio, e in particolare mi attirava l’idea di un bovino, un essere mansueto nonostante la sua mole, in un contesto di natura dura, faticosa.

Non sapevo dove cercare un’immagine del genere ma internet è ancora una volta sopraggiunta in mio soccorso e mi ha fatto capitare sul blog di un ricercatore di wildlife australiano, David Game, che ha scattato la foto che cercavo: uno yak tibetano completamente isolato che fissa l’obbiettivo in mezzo a un panorama, dici bene, brullo e bruciato, ma allo stesso tempo con dei colori irreali, quasi fantastici. Ho scritto a David da collega ricercatore e lui mi ha gentilmente concesso di usare l’immagine, ed eccola lì.
Tutto il packaging comunque è a mio parere molto riuscito e ne sono contento, e ringrazio i ragazzi di diNotte Records che l’hanno realizzato insieme a me. Ci sono diverse foto di vari soggetti e tipologie, e l’idea è che ciascuna potrebbe essere una copertina, dedicata a un tema differente.

Ci sono altre immagini di animali, c’è un’immagine cosmica, una di scontri di piazza, una di Varsavia, una del canale di Sicilia, una di un finto panorama alieno che omaggia un certo famoso disco cui i suoni di questo sono debitori… Selezionare e elaborare le immagini è stato molto toccante.
Analisi Logica invece non ti è piaciuto? 🙂 Anche quello ha una bella copertina, più asciutta – una riproduzione delle Tavole di Verità di Wittgenstein.

unòrsominòre, Analisi logica, 2017
Ecco Analisi logica di unòrsominòre (cliccate sulla foto per ascoltarlo).

Come presenti dal vivo questo album?

Non lo presento. Non farò concerti, a meno che non si presenti qualche proposta/occasione davvero imperdibile. Non ci sono le condizioni che vorrei per portare dal vivo i suoni di questo disco, che hanno bisogno di spazi grandi, di volumi importanti, di un’atmosfera adatta; ho troppo rispetto per la musica e anche per me stesso – mi si perdonerà la mancanza di modestia – per immaginare di suonare queste canzoni in qualche locale con la gente che chiacchiera al banco delle birre. I tempi sono cambiati, e io faccio musica che non è di intrattenimento; è necessario accettarlo, per fortuna non ho necessità di suonare dal vivo per pagarmi le bollette quindi va meglio così.

unòrsominòre, Una valle che brucia, 2017
unòrsominòre in una (ormai sempre più rara) esibizione dal vivo.

Unòrsominòre hai altro da dichiarare?

Fammi ringraziare ancora una volta tutti coloro che a vario titolo hanno messo del loro su questo progetto, in particolare i miei musicisti e amici Michele, Mauro e Jonathan; Davide Terrile, che lo ha co-prodotto; tutti quelli che hanno deciso o decideranno di spendere dei soldi per acquistare il lavoro in copia fisica, sebbene sia possibile scaricarlo gratuitamente; e coloro che mi hanno scritto parole davvero commoventi dopo averlo ascoltato – credo che ricevere alcuni messaggi nella casella di posta sia, fondamentalmente, l’unico motivo per cui valga ancora la pena di realizzare e pubblicare un lavoro come questo.

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